GABRIELE TASSI
Economia

Vini, la scure dei dazi. La Cantina Tre Monti: “Danno per il settore”

Navacchia conferma le preoccupazioni e spera in una trattativa con gli Usa. “Altrimenti non ci resterà che investire su altri mercati mondiali”

David Navacchia, titolare dell’attività di via Lola

David Navacchia, titolare dell’attività di via Lola

Imola, 24 marzo 2025 – Albana, Sangiovese, Trebbiano. L’ombra scura dei super dazi di Trump rischia di far sparire il meglio del vino nostrano da scaffali e ristoranti degli Stati Uniti. La tassazione al 200% sulle bottiglie europee paventata dal numero uno della Casa Bianca suona più che minacciosa per un mercato – come quello della Cantina Tre Monti –, che ha negli Usa il primo mercato d’esportazione internazionale. “La speranza – commenta, David Navacchia, titolare dell’attività di via Lola –, è che sia solamente una mossa commerciale per arrivare a una trattativa, e da lì si possa solo scendere”.

Navacchia, ma di che danno parliamo?

“Per noi è sicuramente un grande problema. Ma il vero danno credo sarà per la ‘one industry’ americana”.

Perché?

“La distribuzione del vino negli Stati Uniti è una scala commerciale a tre livelli. Una catena, dall’importatore al consumatore, che crea molto più valore negli Usa che in Italia”.

Ci spieghi meglio.

“Molto sinteticamente, prima di tutto per vendere vino là serve una licenza da importatore. Il passaggio successivo è quello della distribuzione all’ingrosso, per la quale è necessario un altro permesso. L’ultimo livello è quello del ‘retailer’ ovvero negozi o ristoranti che vendono il vino ai cittadini. A ogni passaggio la bottiglia subisce un rincaro. Significa che attualmente un vino italiano da 10 euro, si ‘gonfia’ fino a 40”.

E con i dazi al 200% la stessa bottiglia quanto potrebbe arrivare a costare?

“Al momento il cambio euro-dollaro è quasi in pari, quindi favorevole all’esportazione. Se lo scenario dovesse cambiare e venissero inoltre applicati dazi così alti, il vino da 10 euro potrebbe costare anche 80 al consumatore americano. E con il superamento di certe soglie poi le vendite si fermano”.

Il settore come sta reagendo?

“I sentimenti sono piuttosto diversificati. Al momento mio fratello Vittorio è là da un decina di giorni. Abbiamo visto importatori affrettarsi e cercare di fare molto magazzino, ordinando vino anche per un anno intero, ma c’è un rischio in questo caso...”.

Quale?

“Per loro è che i dazi scattino proprio quando le navi sono in viaggio, e quindi si ritrovino a dover pagare una somma esagerata al loro arrivo in porto. Per quanto riguarda noi, chi ha fatto scorta ci chiede di attardare un po’ i pagamenti”.

Altre strategie?

“C’è anche chi ha deciso di fermarsi completamente, aspettando una evoluzione della situazione commerciale. Per loro potrebbero essere sostenibili dazi fino al 25-30% come successo durante il primo mandato di Trump con i vini francesi”.

La Cantina Tre Monti è preoccupata?

“Non possiamo non esserlo. Fortunatamente il nostro mercato d’esportazione è molto frammentato e, anche se gli Usa costituiscono circa il 20% del nostro fatturato, non dipendiamo unicamente da un solo paese estero. Se da domattina dovesse essere ridimensionato sarà un problema sì, ma non una tragedia”.

Come la risolverete?

“Non rimarremo passivi e ci guarderemo attorno, come fatto durante il Covid. In America latina ora ci si aspetta il crollo dei dazi, diventerà paradossalmente più comodo vendere in Brasile (anche se non è un mercato di ‘spendaccioni’). Magari torneremo a scoprire anche Asia e Cina. Nelle difficoltà, a volte, si trovano risorse che non pensavamo nemmeno di avere”.