
Lodo Guenzi, in alto, in ’Toccando il vuoto’ (. foto di Daniele Casalboni
In Toccando il vuoto Lodo Guenzi interpreta Joe Simpson, alpinista, che nel 1985 resta vittima, assieme a Simon Yates, di un incidente durante la fase di discesa. Simpson cade in un dirupo e Yates, per non rischiare di precipitare assieme al compagno, è costretto a tagliare la corda da arrampicata. Il testo è di David Greig, tratto dal romanzo autobiografico di Simpson. Arriva al teatro Celebrazioni stasera e domani alle 21 con la regia di Silvio Peroni. Accanto a Guenzi, che ha da poco chiuso la tournée di Molto rumore per nulla di Shakespeare, ci sono Eleonora Giovanardi, Giovanni Anzaldo e Matteo Gatta.
Guenzi, si sente più a suo agio nei panni di Benedetto, protagonista shakespeariano, o in quelli di Simpson? "Questo è un ruolo molto lontano da quello che mi viene chiesto di solito, ovvero ‘tenere banco’. Benedetto è un personaggio più facile rispetto a Joe Simpson, una persona realmente esistente che, per la maggior parte di noi, compie qualcosa di impensabile".
È molto distante da lei… "Apre vie su montagne di 5 o 6mila metri, appeso a un altro compagno di cordata e al nulla, rischiando la vita a ogni singola picconata: perché? Joe Simpson risponde che l’ambizione sia un tipo di dipendenza. Dover sognare costantemente una montagna più alta, più pericolosa. ‘Riempire un vuoto che abbia la forma di un’enorme montagna’, dice lui. Ma il bello di interpretare personaggi diversi da te è che devi trovare un grimaldello".
E lei che rapporto ha con la montagna e l’alpinismo? "Assolutamente nullo, sono proprio un cittadino. Del testo, la relazione con la grandezza e l’incanto della natura è la cosa che meno mi coinvolge. Sono rapito dalla storia, dall’idea dell’eterna sfida con se stessi".
Il grimaldello, quindi, l’ha trovato nella sfida? "Nei miei 25 anni volevo una montagna sempre più alta e pericolosa. Sempre più gente che mi guardasse, posti sempre più grandi, più pieni, ascolti sempre maggiori. Quindi scalare, scalare e ancora scalare".
Nel testo di Grieg subentrano disperazione e sopravvivenza… "Nei momenti più disperati hai bisogno di non sentirti solo. E per non sentirti solo, devi parlare con qualcuno. Va bene anche se questo qualcuno non c’è più. Toccando il vuoto è anche una storia di fantasmi".
A lei capita di parlare con chi non c’è? "Quando è morto Matteo (Romagnoli, produttore e manager de Lo Stato Sociale, ndr), lo psicanalista mi ha detto che avevo perso il mio angelo custode. In quei giorni parlavo molto con mia madre, mi spiegò che stavo tornando all’angelo custode precedente. Toccando il vuoto ci dice che gli angeli possono diventare fantasmi e adempiere il proprio ruolo".
Lavora ancora con Matteo Gatta, questa volta a teatro, dopo Tornando a Est al cinema… "Sì, all’inizio pensavo volessero propormi il suo personaggio, Richard. Un fricchettone degli anni ’70, affabulatore, egoriferito, che non combina niente".
Si vede così? "Alcuni aspetti dei ciarlatani, dei dottori della commedia dell’arte, risuonano in quello che sono io. E tendenzialmente li faccio anche bene. Alla fine, però, mi hanno affidato un personaggio ai confini con un supereroe. Uno che ha l’ossessione di sfidare il cielo…".
Se dovesse scegliere il prossimo personaggio, chi le piacerebbe interpretare? "Trigòrin del Gabbiano di Cechov. Autore di talento ma non abbastanza bravo da essere indimenticabile. È l’unico che lo sa, mentre tutti ne ammirano il successo, lui riconosce la sua condizione di miserabile. Mi piacerebbe ma non sarebbe una sfida".
E se fosse una sfida, allora? "Un malvagio vero, un serial killer. Jack lo squartatore l’hanno fatto tutti. Marchionne è troppo debole. Lapo Elkann troppo facile…".
Perché facile? "Esteticamente gli somiglio un po’ e anche lui è la pecora nera della famiglia... Ce l’ho: il capo di quelli che hanno trafugato la salma di Mike Bongiorno".