Ciò che invece ci ha colpiti, sono state le argomentazioni addotte a sostegno della sua tesi. Lepore ha affermato che l’attuale proposta di revisione costituzionale di separazione delle carriere, già approvata dalla Camera e a breve al vaglio del Senato, inciderebbe negativamente sull’equilibrio e sull’indipendenza della magistratura, "minando il principio di un giudice terzo e imparziale". A questo, poi, ha aggiunto, che "la storia di Bologna non sarebbe la stessa senza il ruolo imparziale di giudici attenti ai diritti dei cittadini e alla giusta ricerca della verità".
Partendo dal primo punto, ci domandiamo come sia possibile sostenere che una riforma nata con l’obiettivo di dare piena applicazione all’art. 111 della Costituzione possa compromettere proprio la terzietà e l’imparzialità del giudicante. Dalla separazione delle carriere, il ruolo di ‘arbitro’ del giudice, finalmente distinto e distante tanto dall’accusa quanto dalla difesa, non potrà che uscire rafforzato. Non più un collega del pubblico ministero, con cui condividere forma mentis, associazione nazionale di categoria, magari corrente e sicuramente organo di autogoverno. Finalmente, la riforma getta le basi per un giudice quale vero garante dei diritti individuali del cittadino, in grado di scontentare allo stesso modo le richieste della Procura e quelle della difesa.
Per i più scettici a sinistra basterebbe riprendere alcuni interventi di Giuliano Pisapia o di una medaglia d’oro della Resistenza come Giuliano Vassalli. Non è, dunque, una questione soltanto di destra, anche se è da alcuni trattata come tale: la separazione delle carriere dei magistrati è un passaggio necessario per una ’giustizia più giusta’ per tutti. In Portogallo, ad esempio, le carriere furono separate nel ’78, quattro anni dopo la Rivoluzione dei garofani, come parte integrante di quel processo che portò la democrazia ai lusitani.
Direttivo Extrema Ratio