Bologna, 6 dicembre 2011 - I MISTERI dell’oleodinamica sono così profondi da risultare quasi inspiegabili, almeno per me. Perciò vi basti sapere che quando il carrello di un aereo scende in posizione, oppure quando si muove il braccio di una gru, o si alza e si abbassa la forcella di una moto, siamo di fronte a movimenti oleodinamici. Spostamenti che devono essere fluidi, facili, estremamente precisi. E che, per funzionare bene, hanno bisogno di pezzi di metallo particolari, piccoli, molto lavorati, perfettamente rifiniti. Se così non fosse, il vostro aereo rischierebbe un impatto col terreno piuttosto brusco. Manuela Elmi, titolare dell’omonima officina, tra i monti di Grizzana, produce proprio la minuteria meccanica che sta alla base dei movimenti oleodinamici. Pezzi a metà tra le viti, i dadi e i tondini di metallo, senza essere veramente nessuno di questi. Perché sono molto più sofisticati e intelligenti.
Come le è venuto in mente di aprire un’attività del genere?
«L’ha fondata mio padre, nel ’57. Io sono entrata nell’81 e la dirigo da sola dal ’90».
Ormai un’azienda storica.
«Il bisnonno di mio padre, nell’Ottocento, costruì qui il primo mulino per macinare il grano. Poi ci aggiunse la ferriera. Le attività vennero tramandate, e nel secondo dopoguerra del Novecento mio padre iniziò a lavorare per i commercianti bolognesi di bulloneria. Faceva anche corpi valvola per la Weber. E poi arrivarono le commesse della Fiat, della Piaggio, della Same».
Per lei è stato difficile inserirsi?
«Non è un mondo accogliente con le donne, ma io ero pur sempre una privilegiata».
Ci sono stati momenti particolarmente duri, o particolarmente esaltanti?
«Gli uni e gli altri. Nel ’90, quando subentrai nella conduzione al capo officina di allora, avevamo perso molte commesse. Allora accesi un mutuo decennale e recuperai i clienti che ci permettevano di crescere. Spinsi l’azienda a realizzare nuovi prodotti, sempre più sofisticati».
Cosa c’è di complesso nei piccoli pezzi di minuteria meccanica?
«Tante cose. La qualità dei materiali di cui sono fatti. La capacità di funzionare a lungo. La precisione dei particolari che garantiscono tenuta e scorrimento».
Quindi lei obbligò l’officina a crescere.
«Dipende da cosa si intende per crescita».
Lei come la intende?
«Crescere non è solo un problema di fatturato. Significa, soprattutto, apertura mentale. Cioè fare le cose nel modo migliore. Anche l’ultima crisi ci ha aiutato a prendere questa direzione».
Si riferisce al 2008?
«Sì. Lì abbiamo perso due terzi del fatturato. Per un’azienda come la nostra poteva essere un colpo mortale. Invece abbiamo investito su nuovi macchinari, con strumenti di controllo più raffinati, per soddisfare clienti che pretendono standard di qualità molto elevati».
E ora i conti come vanno?
«Abbiamo già recuperato i numeri precedenti. Mantenendo anche un’attenzione fortissima all’aspetto ambientale. Ci tengo a portare l’azienda verso un impatto più leggero possibile».
L’ecologia va d’accordo con i bilanci?
«Già nel 2005 ho riattivato lo sfruttamento dell’energia idroelettrica del fiume grazie a una nostra turbina. Poi abbiamo installato i pannelli fotovoltaici e ci riscaldiamo con una centrale a biomasse che ci ha permesso di eliminare il gpl. Sotto il profilo energetico, siamo praticamente autonomi e non inquiniamo. Ricicliamo anche molti materiali della lavorazione».
Superata una crisi, siamo già dentro a quella nuova.
«Per me la strada per uscirne è antica. Dobbiamo tornare a fare pezzi durevoli. Finirla con la cultura dell’usa e getta. Le risorse del pianeta sono limitate, meglio se impariamo a sfruttarle meglio».
Quasi banale, ma niente affatto semplice.
«Volendo invece sì. Bisogna usare il cervello, accettando di sporcarsi le mani. Cioè riunire lavoro intellettuale e lavoro manuale. Noi investiamo su macchinari e persone. E sono le persone che creano valore aggiunto per le aziende. Cioè che fanno girare l’economia, senza danneggiare l’ambiente».
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